Il lamento dell’Organigramma

di Ramona Corrado e Giuseppe D’Emilio

comotti1.jpgPermesso… posso? Sono io, il mostro.
Cioè, sono stato ribattezzato così, affettuosamente, come gli altri miei fratelli, da quelli di vibrisselibri. È che loro si vantano di avere a che fare solo con i mostri. Brave persone, da ammirare. Io, che sono la loro prima creatura, sono dunque il primo mostro. E ne sono fiero.
Ma cos’è un mostro?
Può essere qualcuno che non rispecchia i canoni comuni della bellezza, che ha più nature, che è lontano dalle proporzioni e dalle caratteristiche della sua razza. Che sfugge alla normalità, insomma, e spesso per questo è definito orribile.

Ma mostro è anche ciò che si distingue per qualità eccezionali, cioè che fanno eccezione.
Vi ricordate che diceva Leopardi a quella simpaticona della Natura?

Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno.

Essere mostri è un pregio, altroché: vuol dire essere unici, non assimilabili, non uniformabili…

Io sono anormale, appunto, secondo gli standard prestabiliti (ma da chi??).
Sono anormale perché sono così grosso che faccio paura… ma, si sa, le dimensioni non contano. La Ricerca di mastro Proust è ben più obesa del sottoscritto. Io, in fondo, ho solo un migliaio di pagine. Anche se a voi mi presento, per ora, per meno di un terzo della mia mostruosa grandezza. Un assaggio. Niente di che. Solo per venirvi incontro ed allettarvi. Perché sono un mostro dal cuore buono.

Io sono un mostro, perché parlo un’altra lingua, ma non sono straniero. Sono stato scritto da un italiano - il mio papà Andrea Comotti - e italiano io parlo. Ma con l’italiano ci gioco alla mia maniera, lo travolgo e lo ricreo. Lo reinvesto e mi diverto. E al mio papino piace tanto Gadda…
Oggi non lo fa più nessuno, non s’inventa nulla. Solo americanate storpiate. Oppure si forgiano nuove parole senza senso né personalità, destinate a morire con la moda che li ha create. Non saranno più tra noi fra un paio d’anni.
Io, se permettete, ho fatto di meglio. E ho la certezza che questo mio nuovo linguaggio resisterà a lungo. Io parlo di aggallare, metamorfosarsi la vita, checcacchieggiare, sorvegliare carabinieramente, ritartarugare la crapa…
Questo nuovo italiano nasce dal vecchio per partenogenesi, resta italiano, ma non lo si trova sul vocabolario.

Sono un mostro.
Diciamo un originale, va’.
E va bene, lo ammetto, talvolta mi esprimo in modo un po’ contorto, le cose semplici le faccio durare due pagine anziché mezza… ma è che sono innamorato. Innamorato della nostra bella lingua, delle infinite combinazioni e possibilità che essa offre. Degli intrecci dei sinonimi, dei verbi… di tutto! Mi piace usarla, giocarci, costruire, illustrare. Il più possibile. Perché le parole vanno gustate con calma, soppesate, annusate e infine masticate. Ad occhi chiusi vanno scelte, e poi fatte sciogliere sul palato. L’assorbimento dev’essere lento, perché poi le stesse parole devono trovare il canale giusto, quello meno usato, quello che porta ad una zona del cervello ormai impigrita dalla fretta. Non ci si sofferma mai abbastanza sulle parole. Bisogna impegnarsi troppo. È faticoso e ci vuole tempo. E il tempo, tempo, tempo, tempo…. è sempre troppo poco.
Chissà perché è sempre poco?
Ma cosa avete da fare, tutti voi, in tutto il giorno e per tutta la notte? Dove correte? Fermatevi qualche ora con me.

Ah già, dimenticavo… leggermi dal web, dalla mia culla in vibrisselibri.net, sul bianco di un monitor non è semplicissimo: fanno male gli occhi, la testa, la schiena. Inoltre il PC non è proprio comodo da portarsi a letto, come un giornale o un libro. Vi direi: stampatemi, sono tutto vostro per una lettura profonda e consapevole, che vi faccia passare momenti unici… ma vi capisco… i fogli volanti irritano, fanno perdere la pazienza. Voi amate il libro, quello rilegato e tangibile, quello che fruscia suadente sotto le vostre dita, quello che abbandonate sul petto quando vi prende il sonno e vi cascano gli occhiali.
Ebbene, anch’io amerei essere di carta. Per stare insieme a voi, per farvi divertire, sorridere o pensare, mi vestirei con belle pagine bianche e sottili, magari di carta riciclata… e mi adornerei della mia bella copertina rossa che al momento è solo virtuale.
Io sogno le vostre dita su di me, sul mio corpo non più etereo; sogno le notti in bianco da trascorrere insieme, a letto o stravaccati in poltrona. Oppure di accompagnarvi in viaggi in treno o in aereo, stretto fra le vostre mani in amoroso contatto, a un palmo dal vostro naso, incapaci di scinderci l’uno dall’altro.

Però sono ormai connotato come mostro, sono grosso e difficile e impegnativo e scomodo.
Per questo non trovo chi mi trasformi in carta. I babau distratti e frettolosi non lo permettono. Perché si fermano ad un giudizio superficiale fatto di apparenze. Non sono cattivi, sapete, ma non si prendono la briga di provare a sentire cosa ho da raccontare, né si soffermano sulle mie invenzioni. Mi evitano, glissano, rimandano l’incontro a mai. Non ci tengono, chissà perché, a essere promossi da babau a fata buona. O quanto meno simpatica.

Se solo mi guardassero, loro, quelli che contano, se solo mi vedessero, se solo mi LEGGESSERO, avrei almeno una speranza concreta di ritrovarmi vestito di carta. Una speranza obiettiva, e mica solo perché amo vantarmi, ma perché io valgo, come dice la pubblicità. E in un attimo volerei sugli scaffali in libreria, in un attimo mi guarderei in TV e mi leggerei sui giornali, in un attimo entrerei in tante case.

Sapete, gli Spartani, un tempo, gettavano dal monte Taigeto i bambini deformi senza dar loro la possibilità di mostrare i talenti di cui magari erano forniti.
Perché deformi. Cioè mostri.
Come me.

I have a dream, diceva qualcuno… concedetemi di averlo anch’io, il mio sogno di carta.

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