I trascinatori di libri (prima parte) - Un tentativo di codifica dei book trailer

Scritto da Grenar (www.grenar.info)

Tutta la verità su “I trascinatori di libri”

Grenar Book Trailer illustrazione 1Sembra un titolo da “Rieducational Channel”. Immagina, mio buon lettore, la conduttrice sul trespolo che sgrana gli occhi e incalza lo spettator colto: “Trascinatori di libri; chi sono queste misteriose entità? Col favore delle tenebre spostano libri pesantissimi da stamperie clandestine a librerie cittadine? E perché li trascinano, sono sprovvisti di muletti e furgoni? Non possono spedirli? E i libri si lasciano trascinare o scalciano per restare dove sono nati?”
Mollo subito il mio fallato senso dell’umorismo: era solo un trucco per avere la tua attenzione, mio distratto lettore, perdònami. Vorrei parlarti dei book trailer, la cui traduzione letterale è il titolo di questo articolo.

Cosa è un book trailer?

È un filmato che parla di un libro. È un assaggio del suo alito, una spremitura del suo succo, una trasposizione del suo contenuto su un mezzo diverso dalla pagina scritta. L’idea è la stessa delle anteprime delle pellicole cinematografiche, i “prossimamente”. “To trail” significa “trascinare”. Quindi l’intenzione è: trascinare persone in libreria.
Come? Attizzando la curiosità con immagini, parole, suoni, suggestioni.
Il trailer di un film è una breve sequenza (pochi minuti) di immagini del film da promuovere, unite da/ad un commento sonoro e/o parlato. Nel poco tempo che ha, tende a usare tutto l’armamentario retorico possibile. Esistono: trailer infinitamente più belli del film che lodano; trailer che trasmettono lo spirito del film-madre, tanto da esserne una parte inseparabile per gli appassionati, tanto da essere forme d’arte a sé stanti; trailer orrendi che lasciano intuire il finale, che mentono sul film al solo fine di fare incassi, o che di tutto paiono parlare tranne che del film.
Il trailer esiste da un tempo sufficiente a poter creare una codifica di “genere”. Nel trailer classico (e credo di poter usare questo aggettivo) si parte dalle immagini (il medium cinema è fatto di immagini, tutto il resto è funzionale, insegnava Alfred Hitchcock) e le si impasta con le parole.
Un book trailer, poiché ha un libro come materia prima, dovrebbe usare il meccanismo esattamente opposto: si parte dalle parole e le si impasta con le immagini.

Quindi, chi vuol fare un book trailer…?

Deve spremere le parole del libro, ottenerne il senso, e mescolarle con ciò che di solito è il lettore a produrre: l’immagine. Operazione alchemica, direi, e rischiosa.
L’autore di un book trailer può ad esempio estrapolare passaggi intensi e/o significativi, unirli in modo da raccontare ciò che dice il libro senza aggiungere parole “aliene”; se ciò non è possibile, può dare elementi di trama e stile, inventare, mescolare ciò che c’è. Può creare un tappeto di parole che quanto più fedelmente possibile ricreino ciò che (si presume) proverà il lettore leggendo. Le parole hanno il potere assoluto. Le immagini vengono dopo e sono il legante.
Ma questa mia descrizione è rigida e fumosa allo stesso tempo. Come si fa a ottenere il senso del libro, ammesso che si debba? Chi decide? Qualcuno ha regolamentato la spremitura dei libri? (Riecco “Rieducational Channel”). Mi rispondo da solo: non so come si sprema il senso da un libro, non decide nessuno se non l’autore del book trailer, e il genere non è ancora codificato, siamo “in the wild”.
Un fatto degno di nota: l’autore del book trailer non è l’autore del libro, salvo eccezioni. Chi fa un book trailer può essere un semplice lettore, un fan dello scrittore, un film maker dilettante, il vincitore di una gara indetta dalla casa editrice, un professionista retribuito, una casa di produzione con esperienza. Quindi, accanto a book trailer “legittimi” possono esisterne di “apocrifi”.

Un tentativo di codifica

I book trailer che conosco esprimono una grande varietà di intenzioni e risultati. Gironzolando per il web vedo spesso l’ibrido, l’anonimo, il fallimentare, ma anche il creativo, l’impeccabile e l’imprevedibile. A volte mi sembra di guardare una pubblicità (che è un genere così ben codificato da essere auto-referenziale, ovvero in grado di citare e parodiare sé stesso), e allora capisco che l’autore è andato fuori categorie…
Già, categorie: me ne sono creato tre, di comodo, per raggruppare i trascinatori di libri, di cui faccio collezione.

Categoria 1 – I Rispettosi

Grenar Book Trailer illustrazione 2I book trailer Rispettosi contengono un capitolo, un paragrafo o anche una sola frase del libro. A volte riescono pure a ricrearne una buona parte di trama (nel caso di opere narrative). Essi partono sempre dalla materia prima “parole del libro”. Le immagini sono statiche o poco animate: quadri disegnati dall’autore per illustrare il libro; disegni più simili a schizzi in movimento che a prodotti finiti; fotografie o riprese video che cercano di suggerire più che mostrare; in ogni caso, immagini studiate per non interferire con le parole. Il sonoro è sottile: spesso non c’è una voce narrante; manca una melodia riconoscibile; c’è un tappeto di note o effetti sonori su cui le parole cadono morbide.
Per poter riconoscere un book trailer come sicuro appartenente a questa categoria, basta trascriverne il parlato. Se “regge” anche su carta o su monitor, è un Rispettoso.
La mia modesta opinione: questi book trailer funzionano e sono gli unici a poter avere questa etichetta.

I miei quattro link:
(1) Marco Candida, “La Mania per l’Alfabeto”
(2) Francesco Fagioli, “Un Certo Senso”
(3) Bernardo P., “100 pizzini prima di andare a dormire”
(4) Monica Viola, “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone”

Categoria 2 – I Traducenti

I book trailer Traducenti (traduttori seducenti) sono più smaliziati. Alle parole affiancano altri materiali da costruzione. Tentano di dare il senso del libro attraverso una traduzione in immagini studiate e lavorate. A volte sono favoriti dalla natura estremamente visiva, filmica, di certi passaggi del libro (dialoghi, monologhi, descrizioni di scene d’azione, particolarità dei personaggi, e così via). A volte hanno storyboard, piani di produzione, direttori artistici ed esecutivi, belle scenografie e bei costumi – e quindi un budget sostanzioso.
Trascrivendone il parlato su carta o monitor, si può ottenere qualcosa di sensato, ma palesemente privo di anima.
La mia modesta opinione: sono oggetti narrativi nuovi, curiosi, sorprendenti, belli da vedere, da rivedere… Ma non sono propriamente book trailer. Sono più simili ai book teaser (vedi di seguito), in quanto il loro fine è suggerire più che descrivere, incuriosire più che ricreare. Tradurre in immagini porta con sé il pericolo delle false aspettative: ciò che appare a video non sarà mai la sensazione provata dal lettore.

I miei quattro link:
(1) Will Christopher Baer, “Baciami Giuda”
(2) Neil Gaiman, “Coraline”
(3) Roald Dahl, “Matilda”
(4) Wu Ming, “Manituana”

Categoria 3 – Gli Sguaiati

L’ultima categoria di book trailer che individuo è quella senza freni. Osano tutto. Non hanno regole. E questo è un male, perché in assenza di “gabbie creative” il creatore rischia di andare alla deriva. Sono trionfi del kitsch, del cattivo gusto assolutamente involontario. Spesso si tratta di filmati con titoloni giganti, scene di sesso “intuito”, o di combattimento e azione cruda. Danno l’impressione di voler piazzare il libro sul mercato dei soggetti da film (“ma che, te credi che te pijano a Hollivud?”, penso guardandoli). Il modello alto a cui non arrivano è proprio il film di Hollywood costoso e ultra-popolare. Le parole del libro non reggono un bel niente, sono al più materiale da riempimento.
I libri d’origine sono sempre identificabili come appartenenti ad un genere. Noir, horror, chick-lit, soap opera. E a furia di star dentro il genere si degenera… Il libro parla di vampiri? Ècchete i dentoni e il sangue finto. Parla di un serial killer? Ècchete la caruccia nuda sotto la doccia. Titoloni formati da singole parole tipo “Fear” (“Paura”), “Shame” (“Vergogna”); oppure frasi standard, “Un assassino”, “Un cuore spezzato”, “Fame di vita”. Guardarli è spesso fonte di imbarazzo o di sghignazzo.
La mia modesta opinione: la si capisce da come ho descritto la categoria. Eppure, in certi rari casi, là dove la trasformazione è notevole, la nuova opera può essere salvata dall’oblio. “Che bel film”, uno pensa, “chissà come sarà il libro”.

I miei quattro link:
(1) Christine Feehan, “Dark Demon”
(2) Deborah Macgillivray, “In Her Bed”
(3) Scott Sigler, “Ancestor”
(4) Dawn Thompson, “Blood Moon”

[La seconda e ultima parte di questo articolo è qui.]

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