Andrea Comotti, L’organigramma

L’ORGANIGRAMMA
romanzo di Andrea Comotti

Parte prima: El largo Adiòs

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Un grande noir fantastico sulla strage di Piazza Fontana
Nicotrain è uno scrittore. Scrive gialli che sono storie di cui ha «assaporato dal di dentro umori e colori e dolori anche». I suoi libri danno soluzioni reali a casi non ancora risolti. Uno scrittore che è un po’ investigatore e un investigatore che vuole raccontare.
Nicotrain realizza il suo sogno quando si compra una casa sul lago. Apre porte, esplora, misura. In un’intercapedine trova uno scatolone di fotografie. Guarda. Riconosce. Il luogo, l’occasione, persino alcune facce: Piazza Fontana. Quel 12 dicembre. C’era anche lui quel giorno, arrivato sul posto subito dopo l’esplosione, richiamato dalle voci che già correvano. Di bocca in bocca. Di sirena in sirena, per le vie di Milano.
Primi piani. Dal passato riemergono quei personaggi strani che lui stesso aveva notato.
Comincia la ricerca. Quelle foto sono state scattate da un gruppo di anarchici che della fotografia avevano fatto il loro organo di contro-informazione. Avevano scoperto qualcosa.
Nicotrain viene a sapere che tutti i ragazzi, gli anarcofotografi, sono morti in circostanze più o meno strane. E in brevissimo tempo. Ascoltando racconti, inseguendo tracce, Nicotrain fa emergere verità troppo a lungo occultate.

El largo adiós è la prima delle tre parti che compongono L’organigramma. Un grande romanzo fantastico su piazza Fontana che, nella ricerca di una soluzione mai trovata, desiderata e immaginata, restituisce il colore le voci e il sentire di quegli anni. E si avvicina alla realtà forse più di tante inchieste e indagini. Restituisce non solo, e non tanto, ciò che quegli anni sono stati, ma ciò che sono diventati nei racconti di molti. La realtà, attraverso la memoria e la ricerca, si mescola con la fantasia in un impasto che sa di mito, di immaginario, di storie tramandate e di verità sfiorate.
Ma gestire la forza dell’evocazione del racconto spetta alla parola, capace di fermare sulla pagina tutta la potenza del romanzo. Comotti prende le parole e le scolpisce, le stiracchia, le accartoccia, le plasma con la precisione e l’acume di chi lavora di cesello. Sulla scia di un espressionismo lombardo che tanto deve a Carlo Dossi, dove ciò che conta è il modo di raccontare. Uno stile capace di procedere oltre la «sola cura delle parole» e «la sapiente distribuzione dei periodi», di proporsi come un tutto armonico. «Ché la forma è il suggello, è la solissima cosa che ci permetta di dire “questo libro è mio”». E questo è quanto fa Comotti, operando sullo stile e su un lessico che pesca tra lombardismi, arcaismi, latinismi, calchi poetici e in particolare danteschi, locuzioni popolaresche e storpiamenti.
Un po’ come Faldella che, parlando di sé, si definisce «uno che nello scrivere italiano congiungeva reminiscenze contadine della sua schiavandaia colle nuove preziosità del Giusti, e radunava in una sola secchiata tutta la latteria classica linguaiola che egli emungeva dal Boccaccio, dal Cecchi e dal Cesari. Aveva intagliato una scaletta alfabetica ai margini di un suo zibaldone, dove andava riponendo le frasi e le sentenze da ritenersi».
Poiché «noi crediamo, che solo lo stile scampi un autore dalla comune morte dei libri, l’oblio» (Carlo Dossi).

Nota biobibliografica dell’autore (a cura dell’autore)
Andrea Comotti ha passato l’infanzia a Novate Milanese (è nato nel 1947 nell’ospedale del paese vicino), l’adolescenza a Como fino alla maturità classica, la maturità vera l’ha toccata nella Milano amo-et-amo, lavorando doppio (nell’editoria, correttore prima redattore poi, per tirare a casa la michetta, nel sessantotto da militante anonimo ma anastigmatico per saggiare quanto sa di vero sale l’utopia) e studiando la metà (quel tanto che bastava a rinviare sine die la tesi acquolinata titillata silhouettata sull’amatissimo Gadda). (Si è rifatto professionalmente e affettivamente curando la mostra biobibliografica nel decennale della morte del Gran Lombardo e un’antologia, La Milano disparsa di C.E. Gadda, Garzanti, di brani gaddiani sposati a immagini della meneghinità di allora). Robespierrata la militanza sessantottina per il frustrante differenziale tra incipit-poesia e explicit-prosa(icità) e anche e soprattutto (la verità innanzitutto) per una pressante crisi di creatività individuale dopo tanta collettivite, ha abboccato agli zufoli di una sirena ancor più possessiva, la scrittura (da Gadda la licenza di osare), incassettando in trent’anni la bellezza di una terna di inediti. Lo stile a farla da tarlo torquemada della stilo (la montblanc diplomatique battistrada del mac). Da rabdomantare non il cosa mettere nero su bianco (generosi per fortuna il sacco della vita e la sporta della sua cognizione), il come… il benedetto idiolettico come… come dire ammannisci la parte e imbandiscila con arte, che è poi suppergiù scrivi come mangi, e il piatto appetito da un comune lombardo non è che la cassoeula. Smagata con il tempo e con le rughe Milano odi-et-amo, si è via via centrifugato nella periferia (Sesto, Cinisello) con la voglia in secco e la speranza altamarea di lasciarsi invecchiare in riva al mare, Tirreno diovolendo, latitudine etrusca diopiacendo.

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